Oggi, 26 aprile, saranno esattamente trent’anni. L’incidente al reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl del 26 aprile 1986 – causato da un mix di difetti strutturali e innescato da insensato esperimento che rese instabile l’impianto e lo portò poi totalmente fuori controllo – ha segnato la storia dell’energia, ha minato alle fondamenta lo sviluppo del nucleare e ha lasciato una pesante eredità di morti e danni incalcolabili. L’esplosione del reattore RBMK 1000 e l’incendio che ne seguì hanno immesso per dieci giorni in atmosfera una enorme quantità di radioattività: 5300 PBq, dieci volte i 520 PBq emessi nell’incidente di Fukushima. Il fallout radioattivo ha pesantemente contaminato 6.200 chilometri quadrati di Bielorussia, 4200 di Ucraina, 193 di Russia, ma la radioattività è calata anche nei territori vicini. “In Ucraina, Bielorussia e Russia – è scritto in un rapporto di Greenpeace – sono ben 150 mila i chilometri quadrati di territorio che sono stati contaminati a livelli che hanno chiesto l’evacuazione della popolazione – all’epoca dell’incidente oltre 8 milioni di persone – o serie restrizioni nell’uso del suolo e la produzione agricola”. “Il 70% del cesio e praticamente tutto lo stronzio e gli elementi radioattivi transuranici (terribili perchè, come il Plutonio, a lunghissima vita) – ha scritto il professor Valerii Kashparon dell’istituto di agricoltura radiologica dell’Ucraina – sono caduti in Ucraina, Bielorssia e Russia”. Lì è stato l’inferno. Ma in quella primavera del 1986 le nubi radioattive hanno danzato per giorni per l’Europa seminando contaminazione a macchia di leopardo, sostanzialmente laddove pioveva.

E quindi, oltre ai tre paesi ci sono picchi di radioattività di Austria, Finlandia, Svezia, Norvegia, Romania. E in Slovacchia, Italia (Alpi e Appennino centrale), Slovenia, Gran Bretagna, Svizzera, Polonia, Repubblica Ceca, Germania, Francia, Moldavia, Grecia. Trenta anni dopo, nonostante la contaminazione da Cesio 137 e Stronzio 90 sia diminuita di un fattore due e quella da Iodio 137 sia sostanzialmente azzerata, oltre 10.000 chilometri quadrati di territorio sono e resteranno ancora per molte migliaia di anni inutilizzabili e 4.5 milioni di persone – stima ufficiale dell’Iaea – abitano in zone ufficialmente contaminate. Economicamente, le conseguenze sono pesanti. Secondo alcune stime del governo bielorusso il disastro è  costato almeno 235 miliardi di dollari su un periodo di 30 anni, calcolando l’impatto dei costi sanitari, l’abbandono di miniere e fattorie e la perdita di oltre 200mila ettari di superficie agricola e 1.900 chilometri quadrati di foresta potrebbero essere stime ottimistiche. Oltre il 22% della spesa pubblica della Bielorussia nel suo primo anno di indipendenza è servito per affrontare il disastro, principalmente nella costruzione di case per 135mila sfollati dalle aree contaminate. Oggi si calcola che le spese sostenute dal governo per le conseguenze del disastro, soprattutto per la cura dei malati, sia attorno al 5% della spesa pubblica. Il costo sanitario è difficilmente stimabile, anche a causa della fine dei programmi di monitoraggio determinata dalla crisi economica e politica ucraina, ma una fonte prudente come l’Oms parla di 9 mila morti aggiuntivi, in linea con un rapporto Iarc, agenzia anticancro dell’Oms, che nel 2006 indicò 25mila casi di cancro in eccesso, 16mila dei quali fatali (entro il 2065), mentre studiosi come il bielorusso Malko parlano oggi di 115 mila morti aggiuntive. Se si pensa che 1 milione e 800 mila persone sono state ufficialmente designate “sopravvissuti di Chernobyl“ e che furono ben 44 mila i lavoratori impegnati nella messa in sicurezza della centrale, e per questo esposti a forti dosi di radioattività, queste cifre non devono sorprendere. Adesso, l’Ucraina – che sorprendentemente non ha abbandonato la sua fede nel nucleare – cerca di guardare avanti e di mettere in sicurezza il sito, precariamente protetto in questi anni da un sarcofago costruito dall’eroismo dei “liquidatori“, lavoratori provenienti da tutta l’Unione Sovietica, che è stato degno delle pagine epiche scritte in quelle terre durante la seconda guerra mondiale, ma che stava progressivamente e pericolosamente deterioratosi.

Le scorie radioattive da confinare sono circa 440mila metri cubi, 15 volte il volume dei rifiuti nucleari ad alta radioattività di tutte le centrali nucleari tedesche. L’attuale sarcofago – Yelena per la gente del posto – è in cattive condizioni, e nel 1997 G7, Ue e Ucraina hanno siglato un memorandum per sostituirlo (lo Shelter implementation plan). La nuova poderosa struttura di protezione ha accumulato 12 anni di ritardi, il che ha fatto incrementare il costo è quadruplicato, salendo a 2.15 miliardi di euro. La sua costruzione da parte di un consorzio francese è iniziata nel 2010. E’ alta 105 metri, lunga 150, con una campata di 257, pesante 29 mila tonnellate e secondo i progettisti resisterà per almeno 100 anni. Una volta ultimata, secondo lo Shelter Fund della Bers a fine 2017, sarà letteralmente trasportata su rotaie sopra la vecchia centrale. Il nuovo sarcofago seppellirà la enorme radioattività ancora presente nel reattore, ma non cancellerà la ferita all’ambiente e a chi un giorno di aprile finì in un mare di radiazioni e se non è morto o malato ancora ne paga il conto.

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Emidio

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