Il giorno di San Valentino, il 14 Febbraio prossimo ricorrono i dieci anni della scomparsa di Marco Pantani, leggenda del ciclismo mondiale, MAI trovato positivo a un controllo antidoping eppure massacrato senza pietà con un cumulo di menzogne che ha trasformato la sua vita in un inferno, sino al tragico epilogo nell’Hotel Le Rose di Rimini Papà Paolo, che assieme a Mamma Tonina, da dieci anni si batte per difendere la memoria di Marco, gli ha scritto questa lettera, pubblicata sul sito www.pantani.it.

“Carissimo Marco,
penso ogni istante a quel dolore che ti ha devastato. E non posso accettare che ci sia qualcuno che dubiti di te. Carissimo immenso Marco, mi manchi da morire.
Mai avrei pensato che qualcuno potesse mancarmi così tanto…
Non potrò mai rassegnarmi e accettare che un uomo buono, giusto, onesto, sensibile e generoso come te abbia dovuto soffrire tutto quell’inferno.
Da quel giorno da Madonna di Campiglio la tua anima ha cominciato quel lunghissimo viaggio senza ritorno che purtroppo ti ha tolto la vita, la dignità e ti ha portato lontano da noi.
Hai dedicato tutta la tua vita al ciclismo dando tutto te stesso e ti sei ritrovato in un incubo senza fine.
Ti sei sempre dovuto difendere, senza avere alcuna colpa, hai sempre lottato sino alla fine. Non ti sei arreso, hai sempre gridato la tua innocenza, hai chiesto giustizia e verità, ti hanno portato via tutto, colpendoti profondamente nel tuo cuore.
Hanno infangato ogni tuo sacrificio, buttandoti giù ogni volta che hai cercato di rialzarti.
Per cinque anni ti hanno torturato: sette prcure, giudici, giornali, televisioni, enti sportivi, compresa la federazione ciclistica. Non riesco a darmi pace, non potrò mai accettare che ci sia qualcuno che dubiti di te. Che tante persone ti abbiano potuto usare e poi tradire voltandoti le spalle…
Te ne sei andato con il tuo dolore, invocando quella innocenza che ti è sempre stata negata. Carissimo Marco, il mio unico desiderio è che ti sia restituita la dignità con l’aiuto di Dio e di quelle persone che si devono mettere una mano sul cuore per tirare fuori la verità”.

Papà Paolo

Diceva di andare così forte in salita perché era l’unico modo per abbreviare l’agonia provocata dalla fatica. Una risposta che contiene tutto il senso tragico dell’eroe che ha vissuto da protagonista dieci anni di sport. Marco Pantani, morto per un’overdose di cocaina il 14 febbraio del 2004, è stato l’atleta italiano più famoso, celebrato e amato del decennio precedente. Capace di offuscare le gesta dei calciatori, di regalare al ciclismo ascolti televisivi vicini a quelli di una partita della Nazionale, di scatenare un entusiasmo sulle strade che lo sport  “a colori” non aveva mai visto. Il “Pirata”, così si era auto-ribattezzato, era il ciclista più acclamato ovunque andasse, non solo in Italia. Persino in Francia, dove il tifo per i propri beniamini diventa un affare patriottico, quando Pantani scattava in solitudine sulle salite alpine o pirenaiche, la gente ai bordi della strada dimenticava ogni nazionalismo, c’era solo lui, lo scalatore romagnolo.

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Emidio

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