Il solito tumore che non perdona s’è portato via una delle ultime icone del rock primigenio. David Robert Jones – noto al mondo come David Bowie – era, fin dai tardi anni Sessanta, un punto di riferimento del modernismo rock. Era cresciuto ascoltando i grandi del soul e del jazz, aveva imparato a suonare il sax, ma aveva cominciato a farsi notare come bizzarro menestrello folk. Ben presto però aveva abbandonato i suoi modelli di riferimento per evolversi in una popstar androgina, innamorata dell’elettronica e della decadenza mitteleuropea; un instancabile alchimista di suoni capace di passare con suprema eleganza dallo space-rock (il suo Ziggy Stardust che lo impose al mondo resta uno dei massimi capolavori del rock anni Settanta) al glam, dalla disco all’avanguardia, non disdegnando frequenti incursioni nel cinema. Un artista a tutto tondo, un caposcuola inimitabile che per certi versi ha rappresentato per la subcultura rock ciò che l’amico Andy Warhol ha rappresentato per la pop-art. Un aristocratico quasi sempre richiuso in una turris eburnea ora torbida e provocatoria, ora algidamente stilosa, sempre oscillante tra ansie avanguardiste e misticismo, bizzarria e un’eleganza colta e ipersofisticata; un mutante in continua eruzione creativa, ma sempre poco propenso a concedersi. A lui si sono ispirati quasi tutti i grandi del rock meno stereotipato (dai Krafwerk ai Radiohead passando per i Cure), mentre dall’incontro con un’altra star anomala come Brian Eno arrivavano altri capolavori degni di venir ricordati tra i classici dell’epoca; all’androgino venuto dallo spazio si sostituirono via via altri look e altri alter-ego, fino alla fondamentale “trilogia berlinese” che segnò il panorama musicale della seconda metà degli anni Settanta tramutando il dandy scapigliato in un cupo minimalista innamorato della cultura tedesca. Nella decade seguente altra svolta: Bowie abbandona le spocchie intellettuali per indossare i panni di superstar commerciale, a ennesima conferma della sua straordinaria capacità di fiutare il clima socio-culturale circostante. Musa di riferimento della generazione dei new-romantics e dei new-wavers, l’ormai plurimiliardario Bowie continuò a spiazzare, ma senza mai smettere di esplorare sempre nuovi sentieri espressivi. Fino al recentissimo Blackstar arrivato sui mercati la settimana scorsa nel giorno del suo sessantanovesimo compleanno: un disco tutt’altro che semplice, più che mai sperimentale e orgogliosamente estraneo ai cliché del pop odierno, schizzato di jazz e di riverberi del suo glorioso passato, e già accolto trionfalmente dalla critica: un epitaffio perfetto. Inutile aggiungere che, a questo punto, finirà col diventare uno dei più venduti e ascoltati dell’anno. Era e resterà il suo ventisettesimo album (senza contare i live, le antologie e i due incisi con i Tin Machine), cui sono da aggiungersi una ventina di partecipazioni cinematografiche e una valanga di premi e onoreficenze (è nella Rock’n’Roll Hall of Fame dal 1996, e nel 2003 rifiutò la carica di “Cavaliere dell’Ordine dell’Impero Britannico”). Figlio della classe operaia del primo dopoguerra (la madre faceva la cassiera in un cinema della natia Brixton), David Bowie è forse stata la rockstar che più di ogni altra ha saputo incarnare le contraddizioni e la creatività continuamente cangiante dell’epopea rock. Tutto il resto, compresi i tributi che i media di tutto il mondo si stanno affannando a comporre in queste ore, nonché le prevedibili speculazioni e album postumi, resteranno sullo sfondo, lasciando brillare per sempre l’aura di un grande interprete delle mille anime del proprio tempo. Un tempo che già appartiene al passato, ma che continuerà a riverberare per sempre nelle sue canzoni più ispirate.

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Emidio

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