Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende. Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona. Amor condusse noi ad una morte. Caina attende chi a vita ci spense”.
Queste parole da lor ci fuor porte. (Canto V, versi 100-108, Inferno, Divina Commedia, Dante Alighieri). Una delle più famose e tragiche storie di amore e morte conosciute è quella di Paolo e Francesca, descritti in maniera poetica in questi versi del V canto dell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri. Sono state scritte una mole inimmaginabile di pagine su questa storia, talmente tante che siamo arrivati ad un punto che è difficilissimo distinguere la realtà dall’invenzione. Comunque prima di parlare del fantasma che riguarda la tragica vicenda di questi due personaggi, voglio fare un preludio del periodo storico in cui ci troviamo. I dati storici riguardanti questa tragica vicenda sono pochi, ma ve ne faccio menzione brevemente. Documenti ci riferiscono che Giovanni Malatesta detto Gianciotto (che letteralmente significa Giovanni Zoppo) o Ciotto, uomo dall’orribile aspetto e acciaccato, nel 1275 sposò Francesca da Polenta. Essa era figlia di Guido Minore signore di Ravenna, detto da Polenta. Non si sa molto della vita di questa giovane ma si pensa che fosse nata intorno al 1260; il nome della madre è sconosciuto. Aveva sicuramente una sorella più giovane, Samaritana, e otto fratelli, tra legittimi e non: Bernardino (il quale nel 1275 sposò Maddalena Malatesti, sorellastra di Giovanni e Paolo, e che nel 1289, in qualità di podestà di Pistoia, fu compagno di Dante nella battaglia di Campaldino), Lamberto, Ostasio, Bannino, Manoele, Nasillo, Guiduccio e Bastardino. Non si sanno altre notizie anagrafiche su Francesca. Dopo il matrimonio Gianciotto, quando fu investito della carica di Podestà a Pesaro, decise di prendere dimora a Gradara, che è poco distante, insieme alla moglie Francesca e alla figlia Concordia. Si pensa che abbiano avuto anche un figlio, Francesco, morto però in tenera età. Paolo, il fratello di Gianciotto, che non a caso era denominato “Il bello”, si trovava spesso a passare dal castello di Gradara in quanto era proprietario di numerosi possedimenti li vicino. Paolo e Francesca, viste le frequenti assenze del marito, alla fine si innamorarono ma non seppero tenere il loro amore troppo nascosto. Con il loro imprudente comportamento fecero insospettire molte persone che cominciarono a chiacchierare e mormorare intorno ai due amanti finché la voce non giunse fino alle orecchie del marito di lei, Gianciotto. Un giorno Gianciotto fece finta di partire per appurare di persona che le chiacchere di cui era venuto a conoscenza fossero o no fondate.

Fu quel giorno che sorprese i due in camera da letto e subito, inforcata una spada, si scagliò sul fratello Paolo. A quel punto Francesca, che voleva proteggere il suo amato, gli si mise davanti e fu trafitta a morte. Che fine fece Paolo che in quel momento era rimasto illeso??? Gianciotto, che si sentiva in colpa per aver ucciso per sbaglio (o no???) la moglie, fece precipitare il fratello Paolo in una delle tante trappole ferrate disseminate nella rocca. Da notare che in ogni castello che si rispetti ci sono i pozzi a rasoio ma Gradara è uno dei quei pochi che vanta ancora una possibilità: le lame sono presenti e visibili, in un cunicolo stretto e inclinato che fa comunicare la sala del tribunale con la stanza della tortura. Da questa tragica vicenda di un amore folle nasce la leggenda del fantasma di Gradara. Questo amore trascende la morte in quanto i due amanti, secondo Dante Alighieri, sono uniti anche nell’aldilà. Lo stesso amore che fa rimanere legata la fanciulla innamorata Francesca da Polenta ai luoghi dove aveva dimorato quando era in vita: il castello di Gradara. Si dice infatti che la giovane vaghi nel castello tra i suntuosi arredamenti e i ricchi ambienti alla ricerca del suo amato Paolo, forse non avendo la capacità di staccarsi dai posti che l’hanno segnata profondamente nel suo cuore e nella sua anima. Si dice inoltre che lei faccia la sua apparizione di notte, dai merli del castello, e la si vedrebbe intenta ad osservare l’orizzonte come se fosse in attesa di qualcuno, forse il suo adorato Paolo. I racconti su questa tristissima vicenda si intrecciano tra loro e sconvolgono un po’ la trama appena citata, in quanto essendo troppe le informazioni messe insieme e aggiunte oralmente o per iscritto nel corso del tempo non si sa di preciso come sia andata davvero questa tragedia. Alcune fonti  dicono che Paolo sia morto insieme a Francesca trafitti entrambi dal marito di lei, Gianciotto. Poi troviamo delle informazioni che ci riportano una versione ancora più strana di questa vicenda: c’è chi sostiene che Francesca dovesse sposare Paolo, con cui ci fu subito un’intesa amorosa ma che poi fu ingannata e si ritrovò ad essere la moglie del fratello, Gianciotto. Su quest’ultima versione si dice che sia solo un’invenzione letteraria del Boccaccio, ma anche qui le certezze sono poche. Alcuni affermano addirittura, basandosi su ricerche fatte da poco, che lo stesso Dante conobbe di persona Paolo detto “Il bello” quando questi, in veste di Capitano del Popolo, andò a Firenze. C’è chi sostiene inoltre che al momento del matrimonio tra Francesca e Gianciotto Paolo fosse già sposato con una certa Orabile Beatrice e avesse due figli. Inoltre è un mistero il perché di questo matrimonio tra la giovane e il Gianciotto: si dice che servisse a sancire la pace tra le due famiglie, i da Polenta e i Malatesta, ma storicamente parlando non c’erano discordie tra le due casate in quel periodo.

Infatti i due giovani amanti, che allora avevano poco più che trent’anni, furono uccisi circa nel periodo che va dal 1283 al 1285. Un aspetto romantico di questa vicenda, se di romantico nella morte si possa trovare qualcosa, è il fatto che nel 1581 un certo Andrea Corsucci scrisse in un suo libro che aveva trovato la tomba dei due amanti nella chiesa di S.Agostino di Rimini. La tomba era di marmo e i corpi dei due giovani erano abbigliati con abiti di seta molto belli. Boccaccio infatti ci riferisce che essi furono seppelliti nella stessa tomba, come a sancire un amore che dura anche dopo la morte fisica del corpo ma che unisce ancora le anime dei due giovani innamorati uccisi. Che sia realtà o leggenda, o in parte vera e in parte romanzata, questa tragica storia d’amore riporta ad un pensiero che sono sicura verrà in mente anche voi: questa giovane ragazza innamorata si sacrifica per il suo amato Paolo e, anche se poi pure lui fece una brutta fine, continua ad amarlo dopo la morte, vagando nel castello dove aveva vissuto la sua breve vita e cercando con lo sguardo il viso del suo innamorato ma non trovandolo mai. Forse è per questo che romanticamente Dante li cita nella sua Divina Commedia, mettendoli si nell’Inferno nel girone dei lussuriosi, ma ponendoli come una coppia innamorata, quasi ingenua che turba il suo spirito e lo commuove a tal punto che lo stesso scrittore sviene nel vederli. Ed è come punizione invece che mette lo stesso Gianciotto nel girone della Caina, uno dei peggiori, quello che raccoglie i traditori dei parenti stretti (“…Caina attende chi a vita ci spense”…..”). Il castello di Gradara è molto bello e se vi incuriosisce di vedere i luoghi dove si è svolta questa tragedia dei due amanti, vi consiglio di farci una visitina: chissà che non riusciate a scorgere l’anima in pena della povera Francesca in cerca del suo Paolo.

 

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Emidio

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