La visita di Angela Merkel a Istanbul per cercare una soluzione all’ondata migratoria che sta travolgendo la Germania ha mostrato una Cancelliera in crisi, costretta a ritornare sui suoi passi. La Merkel aveva infatti precedentemente adottato una politica di piena apertura nei confronti dell’esorbitante flusso di immigrati proveniente dalla “rotta balcanica”, tanto che a fine agosto l’Ufficio Federale per l’Immigrazione aveva confermato la decisione del Governo tedesco di accogliere tutti i rifugiati siriani in arrivo sul territorio nazionale, annunciando che non sarebbe stato applicato il regolamento di Dublino. In poche parole, la Germania si sarebbe dichiarata pronta ad ospitare tutti i profughi provenienti dalla Siria, inclusi quelli entrati un Europa da altri paesi Ue. La Cancelliera aveva inoltre criticato gli altri paesi dell’Ue: Devono essere pronti ad accogliere molte più richieste di asilo, da parte di immigrati, rispetto a quello che si è fatto e si sta facendo adesso, soprattutto in base alla loro popolazione e forza economica”. Una linea non condivisa però da gran parte dei tedeschi e a quanto pare dal suo stesso partito che chiede una immediata interruzione del flusso di immigrati, al punto che si parla addirittura della costruzione di un muro sul modello di quello eretto in Ungheria. La Merkel si è trovata improvvisamente messa all’angolo e ha pensato bene di volare repentinamente in Turchia per cercare un accordo con Tayyip Erdogan. In poche parole, se la Turchia fermerà il flusso di immigrati, la Germania non soltanto alleggerirà l’emergenza profughi in Turchia accogliendo tutti quelli già registrati nei campi di Ankara, ma garantirà alla Turchia il sostegno per l’ingresso in Europa. Una promessa che potrebbe essere definita incosciente, pericolosa, totalmente fuori luogo, non soltanto a causa degli ambigui rapporti di Ankara con i jihadisti e per le pesanti misure prese nei confronti dei curdi, ma anche e soprattutto per la sistematica persecuzione nei confronti di giornalisti, intellettuali e apparati mediatici non allineati con il governo AKP e con un costante tentativo di bloccare i social network che non ha però ottenuto grossi risultati. Con Erdogan la Turchia ha raggiunto livelli di repressione nei confronti dei media senza precedenti per il paese, tanto che un rapporto del Committee to Protect Journalists (CJP) ha recentemente illustrato come la Turchia sia diventata una delle più grandi prigioni per giornalisti. Una drammatica situazione segnalata anche da altre organizzazioni come Reporters Without Borders (RSF) e Freedom House. Di episodi al riguardo ce ne sono talmente tanti che ci si potrebbe scrivere un romanzo, verranno quindi citati soltanto alcuni recenti fatti. Il 14 dicembre 2014 la polizia turca aveva effettuato una retata nella sede del quotidiano Today’s Zaman, arrestando 27 giornalisti tra cui il suo direttore, Ekrem Dumanli, mentre una folla di sostenitori e dipendenti del giornale protestavano al grido “la stampa libera non può essere messa a tacere”. Dumanli era successivamente stato rilasciato. Lo scorso 9 ottobre il capo-redattore del Today’s Zaman, Bulent Kenes è stato arrestato con l’accusa di aver “insultato il Presidente”. Come dichiarato dallo stesso Kenes, il contenuto dei suoi tweet non avevano nulla di perseguibile, secondo gli standard di gran parte dei paesi democratici, avendo soltanto condiviso una vignetta e citato un leader dell’opposizione. Kenes non è l’unico ad essere finito nel mirino dello Stato, nella lista ci sono altri noti professionisti come Yavuz Baydar, Sevgi Akarcesme, İbrahim Turkmen, Cafer Solgun e Mohamed Ismael Rasool. Ahmet Hakan, giornalista del quotidiano Hurriyet è stato minacciato di morte e picchiato da quattro uomini nella notte del 1° ottobre a Istanbul. Hakan si era espresso in più occasioni contro il governo e la sede dell’Hurriyet era stata oggetto di attacchi violenti in diverse occasioni a inizio settembre. Durissima la condanna Sezgin Tanrıkulu, del partito d’opposizione CHP: Oggi in Turchia ci sono più persone incarcerate per aver postato dei tweet che per legami con l’Isis”. È poi sorto il caso di Jacqueline Anne Sutton, la giornalista britannica ex BBC. La Sutton era “country director” in Iraq per l’Institute for War and Peace Reporting (IWPR), un’organizzazione che si occupa di promuovere il giornalismo in zone di guerra e seguiva da vicino la situazione dei curdi iracheni e questioni legate ai diritti umani delle donne nella zona. Il corpo della Sutton è stato ritrovato senza vita all’interno di una toilette dell’aeroporto Ataturk di Istanbul, dove la donna aveva fatto scalo per raggiungere Erbil, con un volo della Turkish Airlines proveniente da Londra. Con una dichiarazione forse un po’ affrettata le autorità di Istanbul hanno subito parlato di suicidio; la donna sarebbe risultata depressa per aver perso la coincidenza e per non aver avuto a disposizione il denaro necessario per comprare un altro biglietto e avrebbe dunque deciso di impiccarsi con i lacci delle scarpe. La telecamera di sorveglianza fuori del bagno non era al momento in funzione, dunque non è possibile controllare se la donna sia veramente entrata in bagno da sola. Bisogna inoltre considerare che la Sutton aveva due ore di tempo per il cambio di volo, non risulta dunque chiaro come abbia fatto a perdere l’aereo. Anthony Borden, direttore dell’IWPR, ha dichiarato che la Sutton era ben al corrente del fatto che l’organizzazione cambiava e pagava costantemente biglietti in caso di disguidi e contrattempi. Da tenere in considerazione il fatto che lo scorso giugno il predecessore della Sutton, Ammar Al Shahbander, era stato ucciso in un attentato a Baghdad. L’HDP, partito “filo-curdo” guidato dal carismatico Selahattin Demirtas, alle elezioni dello scorso giugno ha sradicato l’egemonia dell’AKP che si è visto sfilare ben 80 seggi, dovendo così rinunciare alla maggioranza assoluta e fermandosi a un 40,9%. Erdogan teme le elezioni del prossimo 1° novembre, teme di perdere il controllo e di riuscire a mettere in atto quelle riforme necessarie per trasformare la Turchia in una repubblica presidenziale. Vale però la pena chiedersi se in realtà Erdogan non abbia già perso il controllo, visti i continui provvedimenti atti a reprimere qualsiasi tipo di dissenso e opposizione. Secondo il Today’s Zaman, l’emittente televisiva nazionale Turksat ha annullato i contratti con tutti quei canali considerati ostili al governo AKP, tra cui Irmak TV, Bugün TV, Kanaltürk. Inoltre diverse emittenti che offrono servizi di streaming tra cui Digiturk, Turkcell TV+, Tivibu, Teledünya e Kablo TV avrebbero rimosso sette canali televisivi critici nei confronti del governo, quali Bugün TV, Mehtap TV, Kanaltürk, Samanyolu TV, S Haber, Irmak TV e Yumurcak TV. Un fatto gravissimo, qualora trovasse conferme. Nel frattempo diversi obiettivi dell’HDP sono stati presi di mira. Quattro giorni fa nella provincia di Rize è stato arrestato Turgay Kose, leader locale dell’HDP, per presunti “insulti al presidente Erdogan”. Con la medesima accusa è stato fermato anche Behcet Ertas, anch’egli del medesimo partito. Nel frattempo un tribunale di Agri ha disposto il sequestro di volantini appartenenti all’HDP e distribuiti ad Aydin. L’Ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia ha poi reso noto che l’HDP ha depositato una denuncia al Ministero degli Interni dopo aver ottenuto notizie a riguardo di un piano di assassinio ai danni del co-presidente del partito Selahattin Demirtas. È ormai da tempo noto che i “volontari” dell’ISIS e di altri gruppi jihadisti hanno utilizzato la Turchia come luogo di transito per raggiungere la Siria, con tanto di “case-sicure” nelle zone confinanti come quella di Gazantiep. L’aeroporto di Istanbul è stato meta di passaggio per molti jihadisti provenienti dall’Europa, tra cui Hayat Boumedienne, la moglie di Amedy Coulibaly, l’attentatore del supermercato kasher di Parigi. Per Istanbul sono transitati anche Maria Giulia Sergio e Aldo Kobuzi, i due jihadisti partiti dall’Italia e unitisi all’Isis. Diversi inoltre i comandanti dell’ISIS che sono stati segnalati come ricoverati negli ospedali turchi, tra cui Abu Muhammad, presso l’Hatay State Hospital nell’aprile 2014 ed Emrah Cakan, segnalato nel febbraio 2015 in un ospedale di Denizli. Nel frattempo i quotidiani turchi Hurriyet e Vatan, lanciano la notizia secondo cui alla periferia di Istanbul sarebbero addestrati volontari pronti a unirsi all’Isis, tra cui alcuni bambini tagiki e uzbeki, con sessioni che avevano luogo in “case-sicure” nei quartieri di Pendik e Basaksehir. Altro fatto interessante, l’8 agosto 2013 il sito russo specializzato in anti-terrorismo Kavkazpress aveva reso noto che Movladi Udugov, ricercato in Russia dal 2000 per terrorismo e in particolare per l’assalto jihadista in Daghestan del 1999, avrebbe trovato rifugio per un certo periodo proprio a Istanbul. Il sito aveva addirittura pubblicato alcuni indirizzi e persino modelli di auto con relative targhe, tutto presumibilmente utilizzato dal soggetto in questione. Insomma, la mossa di Angela Merkel è sembrata quantomeno impulsiva e azzardata, non soltanto a causa dell’incerta situazione politica legata alle prossime elezioni, dove l’AKP rischia di uscire con le “ossa rotte”, ma anche a causa di una situazione legata ai diritti umani e alla libertà di espressione che sta portando la Turchia sempre più lontano dall’Europa e che rischia di mettere in serio imbarazzo anche la Nato, in quanto paese membro.

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