Richi, il gigante buono. Lo chiamavano così in via Ca’ Venier, a Mestre. Forse non tutti sapevano che Riccardo Torta, 68 anni, malato psichico, aveva già ucciso oltre quarant’anni fa, gettando un grande masso di travertino su una barca dei finanzieri nel 1973. E lo ha fatto di nuovo, nella maniera più terribile che si possa immaginare. Con una motosega. La vittima è la zia, Nelly Pagnussat, che abitava due piani sotto al suo e aveva 77 anni. La tragedia della follia si è consumata venerdì sera a Mestre, in pieno centro, in una laterale di via Ca’ Savorgnan, a due passi da Corso del Popolo e via Mestrina, vicino a piazza Ferretto. Poco dopo le venti. Riccardo aveva appena consumato il suo atroce delitto. Urlava, la sega che colava sangue. Un vicino l’ha visto e ha chiamato la polizia. Lui si è barricato in casa, all’interno di una palazzina di quattro piani al civico 22 di via Ca’ Venier. La strada è stata transennata subito dalle forze dell’ordine, la gente tenuta a trecento metri di distanza. Dopo pochi minuti sono arrivati i reparti speciali delle forze dell’ordine, otto volanti, gli uomini della squadra mobile, carabinieri, le ambulanze e i vigili del fuoco. Il reparto speciale ha deciso di entrare in azione verso le 21. Agenti dotati di mitra, caschetto e giubbotto antiproiettile hanno circondato la palazzina. Torta era già tornato nel suo appartamento, lasciando nella disperazione la figlia della vittima, poi trasportata sotto choc all’ospedale dell’Angelo di Mestre. Sul posto verso le 22,30 è arrivato lo psichiatra dell’ospedale. Torta era conosciuto dal reparto di Psichiatria: pare che nel 2014 fosse stato ricoverato per scompensi psichici e dimesso dopo una decina di giorni. Il blitz è stato completato verso le 23. Riccardo è uscito con le sue gambe, non ha opposto resistenza e si è consegnato. Forse dopo una trattativa. Capelli arruffati, portato a forza da tre uomini dei reparti speciali che imbracciavano una mazza, ha preso la direzione dell’ambulanza. La gente appena l’ha visto uscire dal portoncino dell’appartamento ha cominciato a urlare e insultarlo: «Bastardo, bastardo, bastardo». «Sei uno schifoso, devi morire devi». E ancora: «Lo devono dare a noi». Voci soprattutto femminili. «Devi morire soffrendo», gli hanno gridato ancora. Riccardo ha sentito tutto e si è seduto, come in trance, nel lato posteriore dell’ambulanza. Il mezzo è partito piano, prendendo la strada dell’ospedale. Le urla del gruppo di persone più vicine si è fermato. Un uomo infanto bofonchiava con cinismo: «Vedrete che gli daranno l’infermità mentale». Gigante buono, ma non solo. C’è chi racconta che aveva dei comportamenti strani ma nessuno aveva il coraggio di sfidarlo. In quartiere però c’era anche chi gli voleva bene e tanti ricordano che lui faceva spesso la spesa per i bar della zona. Nel tempo libero dipingeva quadri, non aveva problemi di soldi perché di famiglia era benestante. Spesso invitava alcuni vicini con cui era più in confidenza a salire in casa a vedere le sue opere. «Faceva sempre tanti favori a tutti, ma ultimamente era strano», ricordano ancora dei vicini. L’operazione è stata coordinata dalla questura di Venezia, dai dirigenti Angela Lauretta (Mobile), Marco Odorisio (Questore vicario) e Eugenio Vomiero (Commissariato di Mestre). Che ora stanno procedendo a tutti gli accertamenti sul passato dell’uomo.

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Emidio

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