Dopo quasi trent’anni di misteri arriva la svolta nel giallo dell’omicidio di Lidia Macchi, la studentessa trovata morta in un bosco in provincia di Varese nel 1987. La Squadra Mobile su disposizione del gip di Varese e su richiesta del sostituto pg di Milano, Carmen Manfredda ha arrestato un ex compagno di liceo della vittima. Si tratta di Stefano Binda. Secondo gli investigatori, Binda sarebbe colui che il 9 gennaio dell’87, giorno dei funerali della ragazza, avrebbe inviato una lettera anonima a casa della famiglia Macchi intitolata «In morte di un’amica» che conteneva riferimenti impliciti e inquietanti all’uccisione della giovane. L’uomo, oggi 50enne, è accusato di omicidio volontario aggravato. L’inchiesta sulla morte della ragazza era stata riaperta nel 2013 dal sostituto procuratore generale di Milano, Carmen Manfredda, che aveva avocato le indagini prima coordinate dalla Procura di Varese. «Siamo stupiti, speriamo che questo serva per fare emergere finalmente la verità», commenta l’avvocato Daniele Pizzi, legale della famiglia Macchi. Da quanto si è saputo, l’arrestato, Stefano Binda, conosceva la ragazza e qualche volta aveva anche frequentato la sua casa, anche se non era un amico stretto. Frequentava anche, come la studentessa, l’ambiente di Comunione e Liberazione. Laureato in filosofia, l’uomo non era mai entrato nel giro dei sospettati nel corso delle indagini. Tra gli elementi decisivi per arrivare all’arresto anche una perizia calligrafica sulla lettera anonima che venne inviata alla famiglia Macchi il giorno dei funerali. Nell’ambito della nuova inchiesta il sostituto pg aveva anche archiviato la posizione di un religioso che conosceva all’epoca la ragazza e che era rimasto sempre formalmente sospettato, prima dell’archiviazione. Inoltre, l’inchiesta milanese aveva portato anche ad indagare su Giuseppe Piccolomo, già condannato all’ergastolo per il così detto delitto «delle mani mozzate», avvenuto sempre in provincia di Varese. Una perizia sui reperti ritrovati sul corpo e sull’auto di Lidia Macchi, però, ha portato nei mesi scorsi a scagionare Piccolomo. Negli ultimi giorni la svolta nell’inchiesta, attraverso una serie di testimonianza e riscontri, che ha portato all’arresto di stamattina. Lidia Macchi, 21 anni di Varese era scomparsa il 5 gennaio del 1987. I genitori, non vedendola rincasare, avvisarono i carabinieri e si rivolsero ai quotidiani per diramare la foto della ragazza. Lidia era andata a trovare l’amica Paola Bonari, ricoverata all’ospedale di Cittiglio e convalescente per un incidente stradale. Tutti si mobilitano per le ricerche: dalle forze dell’ordine agli amici di Cl, di cui Lidia faceva parte. E sono proprio gli amici, due giorni dopo, la mattina del 7 gennaio, vicino alla Panda della ragazza in via Filzi, a Cittiglio, a ritrovare Lidia. A fare scalpore il fatto che Lidia sia stata uccisa barbaramente, selvaggiamente con 29 coltellate. Le indagini dicono che Lidia è stata assassinata non in via Filzi ma in un altro luogo, a Cittiglio, lungo quella strada secondaria, è stata portata in un secondo momento. Non solo, La ragazza, al momento del ritrovamento del cadavere, è vestita «in modo inusuale», è scritto sul verbale, quasi fosse stata ricomposta dopo la morte. Le indagini lambiscono il mondo cattolico della zona arrivando a sfiorare anche un sacerdote vicino a Cl. Grazie agli appelli della madre, nonostante il caso sia avvolto nel mistero, le indagini non finiscono nel dimenticatoio. Con le nuove tecniche si indaga anche con il dna. Senza risultati apprezzabili. Sino a ieri.

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Emidio

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