Un brivido al quartiere generale di Evere. La Nato ritiene di non doverlo nascondere e il segretario Jens Stoltenberg decide subito di dire la sua sulle notizie dell’iniziativa militare di Putin in Siria. “Un intervento russo non contribuisce a risolvere il conflitto”, dichiara il norvegese, convinto invece che “ogni sforzo debba essere concentrato sulla ricerca di una soluzione politica” che vede impegnato il regime di Assad con gli uomini in nero dell’Isis. Colloqui informali fra gli ambasciatori, oggi a Bruxelles, anche perché da domani il Comitato militare del Patto atlantico – ovvero l’organismo con le stellette più rilevante dell’Alleanza – aveva già in programma di riunirsi a Istanbul ospite della Turchia, partner strategico per gli equilibri fra Ovest e Vicino Oriente, nonché confinante con la Siria. Stoltenberg pensa che “qualunque forma di sostegno al regime di Assad avrebbe l’effetto di amplificare il conflitto”. I vertici della Nato vedono con preoccupazione le mosse di Mosca. Dopo l’intervento in Crimea e Ucraina le relazione fra l’Alleanza e il Cremlino sono diventate gelide. Fermo il dialogo per un possibile partenariato, rafforzata la presidenza militare del Patto sulla frontiera orientale, in particolare nella zona baltica. La fiducia, ormai è chiaro, è tutt’altra cosa. L’Europa attende. Potere morbido, non potrà che ribadire la preferenza per una soluzione pacifica, anche se cresce il fronte di chi chiede un intervento più sostanzioso. Questa mattina il Guardian pubblica indiscrezioni su un piano di David Cameron per una offensiva anti-Isis – aerea e no – mentre al parlamento europeo c’è chi, come il leader liberale Guy Verhofstadt, auspica una mobilitazione dei caschi blu dell’Onu. La mossa russa getta un sasso nelle già tempestose acque della questione siriana che, per l’Ue, non rappresenta solo la guerra contro il non gradito regime di Assad, ma implica milioni di profughi diretti verso il nostro continente. “Ci vorranno anni per avere una soluzione in Siria”, confidava martedì un collaboratore del presidente Juncker, cercando di spiegare l’urgenza del piano migranti presentato ieri dalla Commissione. Anche per questo, una fonte diplomatica sostiene che in alcune capitali, soprattutto dell’Est, la decisione di Putin non è poi vista di così cattivo occhio. Bruxelles resterà ai margini di questa storia, del resto non ha il potere di fare di più. Non ha colpe, non ha rimedi. Così stamane una fonte diplomatica invita a chiedersi quale sia il vero obiettivo dei russi. “Vogliono uno sbocco sicuro nel Mediterraneo”, assicura. Con Assad, già c’era. Con l’Isis e l’instabilità le cose possono solo peggiorare; scatenare una guerra così rischiosa è inoltre un ottimo motivo per costringere l’Occidente a pensarci su molto bene prima di mettersi fra il Drago e la sua Furia. “Putin vuole un porto sicuro – ammette il diplomatico – per questo vuole che la Siria ritorni il più normale possibile”. Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, a Skytg24, ha stigmatizzato un eventuale maggiore intervento della Russia a difesa di Assad in Siria: «Se la Russia volesse difendere militarmente Assad – ha detto Gentiloni – sarebbe uno sviluppo negativo. Sarebbe una ulteriorie complicazione di una situazione già complicata. Altra cosa – prosegue Gentiloni – se la Russia volesse solamente presidiare i suoi asset in Siria». «Capiremo meglio nei prossimi giorni ciò che avremo di fronte. Se la Russia che ha basi militari in Siria, pensa di rafforzarle per difendere gli asset e di contrastare l’Isis è un conto». I fatti mostrano comunque che, nelle ultime ore, è diventato sempre più scoperto il crescente intervento militare russo in Siria a sostegno del presidente Assad, mentre i ribelli islamici avanzano nella provincia nord-occidentale di Idlib conquistando vaste parti della base aerea di Abu al Dohur. Dopo i divieti di sorvolo di Atene e Sofia, che hanno irritato Mosca per la presunta ingerenza Nato, il Cremlino ha iniziato a rafforzare i suoi rifornimenti con un ponte aereo su ”rotte alternative”. Tra queste l’Iran (alleato di Damasco), che ha aperto i suoi cieli accogliendo «tutte le richieste russe», come ha annunciato l’ambasciata russa a Teheran. Una via obbligata, probabilmente insieme all’Iraq, perché Mosca vuole evitare di volare sopra la Turchia, anch’essa membro Nato ma soprattutto nemica di Assad. In realtà la Bulgaria aveva subordinato il suo permesso al controllo di quelli che Mosca chiama “aiuti umanitari”, la stessa definizione usata per i convogli con cui si sospetta abbia inviato armi ai ribelli del Donbass. Ma il Cremlino non accetta controlli e quindi anche l’ipotesi che Atene potesse aver cambiato idea, come sostenuto da una fonte dell’ambasciata russa in Grecia, ha perso ogni importanza. Ma rafforza i sospetti, americani ed europei, che la Russia stia gettando le basi per mettere piede in Siria, anche se l’invio di truppe all’estero deve essere prima autorizzato dal Senato. Nel frattempo Mosca sta inviando armi e addestratori, come ha ammesso Maria Zakharova, nuova portavoce del ministero degli esteri, accusando l’Occidente di creare una ”strana isteria” sulle attività russe in Siria. Attività crescenti che nella giornata di ieri avevano sollevato l’inquietudine della Casa Bianca («siamo profondamente preoccupati» per le notizie sugli aerei militari russi dispiegati in Siria), del presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker («serve un’offensiva diplomatica»), del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg («non contribuirà a risolvere il conflitto») e del ministro degli esteri tedesco («serve una soluzione politica», monito rivolto anche a Francia e Gran Bretagna). Ma Zakharova ha ricordato che «la Russia non ha mai fatto segreto della sua cooperazione militare con Damasco», confermando la presenza di «specialisti militari russi» e la fornitura di armi «contro la minaccia terroristica, che ha raggiunto una dimensione senza precedenti in Siria e nel vicino Iraq». Sibilline altre sue parole: «se saranno richieste misure aggiuntive da parte nostra per aumentare il sostegno alla lotta anti terrorismo daremo un’adeguata valutazione alla questione ma, in ogni caso, sulla base del diritto internazionale e della legislazione russa». Un apparente riferimento a quella coalizione internazionale auspicata nei giorni scorsi da Putin, il quale però vorrebbe includervi anche quell’Assad che gli Usa e i suoi alleati vedono come parte del problema. Pure il ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov, in una delle sempre più frequenti telefonate con il segretario di Stato Usa John Kerry, ha ribadito la «necessità di respingere in modo congiunto i gruppi terroristici che hanno occupato una considerevole parte della Siria e che stanno minacciando la sicurezza internazionale», ma ha ricordato che finora «il maggior peso della lotta lo sta sostenendo l’esercito siriano». Probabile quindi che il leader del Cremlino tenga aperte le «altre opzioni» che aveva evocato. Ad esempio creare una testa di ponte per difendere lo strategico porto russo a Tartus (l’unico di Mosca nel Mediterraneo) e realizzare infrastrutture militari vicino, come ad esempio un aeroporto, per raid contro la minaccia di Isis e ribelli. Ma anche, ipotizza il New York Times, per espandere il suo ruolo in Siria in modo da poter influenzare la scelta di un nuovo governo siriano nel caso Assad sia deposto. Oppure per difendere quel che resta della Siria qualora Assad sia condotto via da Damasco e trovi rifugio in una roccaforte vicino alla costa. Nel weekend, sempre secondo il Nyt, due enormi aerei cargo Antonov An-124 hanno portato rifornimenti ed equipaggiamenti da una base della Russia meridionale attraverso Iran e Iraq all’aeroporto siriano di Latakia (85 km da Tartus). Nello stesso scalo sarebbe atterrato un aereo per il trasporto truppe, probabilmente un Ilyushin.

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Emidio

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