È di almeno 52 morti e più di cento feriti il bilancio ufficiale di due esplosioni nei pressi della stazione centrale di Ankara, dove – con la partecipazione di centinaia di persone – sabato mattina stava per iniziare una manifestazione pacifista per chiedere la fine del conflitto che le forze di sicurezza hanno ingaggiato contro i separatisti curdi del Pkk, nel sud-est del Paese. Lo ha reso noto il ministero dell’Interno: la Turchia precipita di nuovo nell’instabilità a venti giorni dalle elezioni del 1° novembre . Condannando quello che era stato subito definito da fonti del governo come un attacco terroristico, il presidente Recep Tayyep Erdogan ha assicurato che gli autori della strage saranno consegnati alla giustizia: «Qualunque sia l’origine – ha detto Erdogan – è necessario opporsi a tutti i terroristi». Gli inquirenti stanno verificando le indicazioni secondo cui all’origine della strage sarebbero stati due kamikaze. Le vittime sono per lo più manifestanti; tra i corpi, secondo le testimonianze, molti striscioni e bandiere, tra cui quelle del Partito democratico del popolo (Hdp), l’opposizione filo-curda. Il premier ad interim Ahmet Davutoglu, ha convocato una riunione d’urgenza con i vertici della sicurezza, e ha cancellato gli impegni della sua campagna elettorale per i prossimi tre giorni. Alla riunione partecipano il vice permier Yalcin Akdogan, il ministro della Sanità Mehmet Muezzionglu, il ministro degli Interni Selami Altinok, il capo della polizia, quello dell’intelligence e il sindaco di Ankara, come ha riferito la Cnn turca. A pochi secondi l’una dall’altra, le due esplosioni sono avvenute poco dopo le dieci del mattino. La manifestazione per la pace è stata annullata. Gli organizzatori hanno invitato i partecipanti a tornare a casa, e hanno chiesto a quelli che stavano raggiungendo Ankara da altre città di tornare indietro nel timore di ulteriori attacchi. Fra i promotori vi era anche l’Hdp, il partito filo-curdo. Con un messaggio Twitter il suo leader, Selahatin Demirtas, ha affermato che l’attacco – «un massacro crudele, un attacco barbaro» – risulta molto simile ai due precedenti attentati di Diyarbakir e Suruc. Il primo, nel Sud-Est del Paese, era avvenuto in giugno, ed era costato la vita a quattro persone che anche allora partecipavano a una manifestazione filo-curda organizzata dall’Hdp. Il 20 luglio, invece, a Suruc, al confine con la Siria, un attentatore suicida si era fatto esplodere in mezzo a un gruppo di giovani socialisti turchi che volevano ricostruire la città di Kobane, uccidendo 33 persone. Secondo alcuni commentatori, proprio Demirtas sarebbe stato il vero bersaglio degli attentati. Il suo partito, mentre si avvicinano le elezioni, è una delle preoccupazioni centrali del presidente Recep Tayeep Erdogan e del suo partito, Akp. In giugno infatti il voto aveva sottratto la maggioranza assoluta al partito conservatore islamico al governo, che non era riuscito a formare una nuova alleanza. In quell’occasione l’Hdp, nato nel 2014 e alla sua prima prova elettorale, aveva superato la soglia del 10% dei voti. Poco dopo, in luglio, Erdogan ha lanciato la cosiddetta «guerra sincronizzata al terrore», conducendo raid aerei contro le postazioni dello Stato Islamico oltre il confine con la Siria ma concentrandosi soprattutto sui militanti curdi nel nord dell’Iraq. Malgrado l’attentato,e proprio per non ostacolare l’Hdp durante le elezioni, la leadership del Pkk ha chiesto sabato ai propri militanti di non attaccare più le autorità di Ankara, a meno che loro o il popolo curdo siano attaccati. Lo scrive, pur non facendo alcun riferimento all’attentato di Ankara, il Gruppo delle comunità del Kurdistan (Kck) che riunisce tutti i movimenti ribelli curdi. Giovedì un leader del Kck, Bese Hozat, aveva scritto sul giornale curdo Ozgur Gundem che la proclamazione di un cessate il fuoco del Pkk prima delle elezioni avrebbe potuto contribuire al successo del partito curdo Hdp. E proprio nel pomeriggio di sabato, a poche ore dall’attentato, ribelli curdi hanno annuciato un cessate il fuoco unilaterale: «Tenendo conto degli appelli giunti dalla Turchia e dall’estero, il nostro movimento ha decretato un periodo di stop per i nostri militanti, salvo se dovessimo essere attaccati», ha scritto infatti l’Unione delle comunità del Kurdistan (Kck), l’organizzazione che raggruppa tutti i movimenti ribelli curdi.

The following two tabs change content below.

Emidio

Amministratore a DiarioNet
Web Architect - Web Developer - Web Designer - Web Master - Blogger - Orientato a sinistra