C’è chi se la prende con Fini e Schifani «che hanno deciso la stretta all’insaputa di tutti», chi minaccia cause e ricorsi, chi di dimettersi subito per evitare la scure dei tagli, chi tuona contro gli «ex parlamentari» che non pagheranno pegno e chi con il governo che «si è intromesso violando la sacra autonomia delle Camere».

Basta farsi un giro tra Camera e Senato e la casistica dei malumori per l’annuncio di un giro di vite sui famigerati vitalizi si allunga ora dopo ora: e dà l’idea della rivolta che scuote la nuova categoria che da ieri alberga nei Palazzi, quella dei peones «indignados». Che tuonano sottovoce e senza megafono per paura di far brutta figura con i cittadini tartassati, ma sono ben agguerriti e pronti a dar battaglia per attutire il colpo o distribuirlo ben bene, della serie mal comune mezzo gaudio.

I «neo-indignados» siedono in tutti gli scranni, destra, sinistra e centro, tranne alcuni casi non rivestono ruoli di responsabilità e per questo possono sbottonarsi con meno pensieri. Ad esser scontenti sono tutti quelli che vedranno cambiare in corsa le regole per la pensione, passando dal 1˚ gennaio al sistema contributivo, cioè quei 350 parlamentari di prima nomina (248 alla Camera e 102 al Senato) eletti nel 2008. Rimasti impigliati nella rete dei sacrifici insieme ai 250 in quiescienza, quelli non più in carica, in procinto di compiere 50 anni e di riscuotere la pensione e che invece dovranno aspettare altri 10-15 anni. Ci sono casi anche pietosi, come un ex parlamentare che pare abbia chiesto un mutuo dando come garanzia per poter pagare le rate della pensione di 1800 euro da deputato che avrebbe riscosso a 50 anni e che invece prenderà a 60 anni. Ma i questori non demordono, l’intesa dei partiti con Fini e Schifani è ferrea. Anche se il rischio ricorsi è alto, come ammette il Pdl Antonio Mazzocchi. Che da avvocato avverte che «se un deputato entrato alla Camera con un diverso regime decidesse di fare causa allo Stato credo che vincerebbe». Stamattina si riunirà la commissione formata dai questori e da un esperto previdenziale per gruppo; e le scintille, con l’aria che tira, non mancheranno.

«I diritti acquisiti non si toccano, ci dovrebbero dare indietro i soldi altrimenti è come se ce li avessero truffati», si lamenta uno dei Responsabili, Maurizio Grassano. «Prima devono dare notizie sui loro possibili conflitti di interesse», tuona la Mussolini che vuole vedere online le dichiarazioni dei nuovi ministri tecnici. «Visto che chiedono sacrifici a noi cominciassero a dire che rinunciano ai 14 mila euro di stipendio dei parlamentari accettando l’indennità di 4 mila euro come ministro».

Uno dei più duri è un altro di Popolo e Territorio, Mario Pepe, convinto che «i prossimi parlamentari saranno solo i ricchi che non avranno bisogno del vitalizio, perché d’ora in poi si prenderanno 900 euro dopo una legislatura, come una pensione sociale. Così si prendono i soldi solo a chi non ha rubato e non si è arricchito». In un capannello del Pd piomba il toscanaccio Nannicini: «Dai miei calcoli saranno 1500 e non più 2500 euro, ma vanno bene anche 900, voglio essere uguale ad un metalmeccanico, ma la Camera ci deve versare i contributi figurativi, capito?».

Nel Pdl raccontano che i più «incavolati» sono quelli del Carroccio che minacciano di non votare in ufficio di presidenza. E in effetti il leghista Gianluca Pini, parla di «una proposta demagogica per indorare la pillola agli italiani che dovranno subire i tagli delle pensioni». Ma ci sono pure i rassegnati, come il giovane Rao dell’Udc, «in fondo passare al contributivo è un bene perché mette al riparo da altri tagli…»; o il senatore Della Seta del Pd: «È un passo dovuto ed è patetico l’atteggiamento degli indignati».

Ma i sentimenti prevalenti sono preoccupazione e rabbia. Tanto da indurre Franceschini a dire, d’accordo con Cicchitto, che «se qualcuno pensa a dimissioni per godere del vecchio sistema del vitalizio, sappia che sarebbero respinte in aula». E il questore del Pd Albonetti ha già pronto l’antidoto contro le «furbizie». «Avevano messo nel conto le proteste e non si torna indietro, siamo nel giusto. E in ogni caso le dimissioni sarebbero effettive solo nel momento in cui l’aula le dovesse accettare: se avvenisse in gennaio, resterebbero tutti cornuti e mazziati…».

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Emidio

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