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La sinistra italiana sta con Battisti, il delirio, chiedono l’amnistia -video-

Cesare Battisti è tornato in Italia e finalmente sconterà la sua pena dopo anni di latitanza. Battisti è un terrorista assassino condannato a quattro ergastoli e se non avessimo sentito le parole di  storici esponenti della sinistra italiana avremmo pensato alla solita fake news che gira in rete. E invece no, è stato il Tg2 della Rai a intervistarli personalmente per raccogliere le loro dichiarazioni al limite del delirio.

Vengono i brividi se pensiamo che alcuni di loro abbiano avuto importanti ruoli parlamentari di maggioranza e uno di questi, Paolo Ferrero, sia stato addirittura Ministro ai tempi dell’ultimo Governo Prodi. Certo è che con questi ministri all’interno di Palazzo Chigi possa nascere il sospetto che l’Italia non si sia propriamente sbracciata per ottenere l’estradizione del terrorista rosso Cesare Battisti che quest’oggi arriverà finalmente in Italia per espiare la sua pena detentiva.

Se la sinistra democratica non ha mai negato amicizia all’ex presidente Lula che ha fatto di tutto per proteggere Battisti, la sinistra radicale parla addirittura di complotto, di errore giudiziario e nelle prossime ore chiederà l’amnistia a favore di questo terrorista rosso.

Ci verrebbe da pensare cosa avverrebbe in qualsiasi altro paese civile se un esponente politico si pronunciasse sulla non colpevolezza di un terrorista condannato all’ergastolo. Questa mattina stessa le persone che vedrete nel video saranno nelle aule di una università ad insegnare ai nostri ragazzi come nulla fosse. Cosa spiegheranno quando si parlerà di contrastare la violenza dei terroristi?

Yara è stata uccisa per le avances respinte. Ergastolo a Bossetti, le motivazioni

Sono state depositate le motivazioni della sentenza con la quale i giudici della Corte d’assise di Bergamo hanno condannato all’ergastolo, il primo luglio scorso, Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio, 13 anni, scomparsa da Brembate di Sopra il 26 novembre del 2010 e trovata uccisa a Chignolo d’Isola, a pochi chilometri da casa esattamente tre mesi dopo. A quanto si è saputo, è probabile che il pm Letizia Ruggeri che ha condotto le indagini e ha rappresentato l’accusa, presenti ricorso in appello contro l’assoluzione del muratore dall’accusa di calunnia nei confronti di un ex collega di lavoro. Quello di Yara Gambirasio è stato un «omicidio di inaudita gravità», scrivono i giudici di Bergamo nelle 158 pagine di motivazioni della condanna. Per i giudici, l’omicidio della 13enne è «maturato in un contesto di avances a sfondo sessuale, verosimilmente respinte dalla ragazza, in grado di scatenare nell’imputato una reazione di violenza e sadismo di cui non aveva mai dato prova fino ad allora». E poi: «L’aggravante dell’aver adoperato sevizio e agito con crudeltà impone l’irrogazione della pena dell’ergastolo». I giudici spiegano che l’aggravante della sevizia e crudeltà «disvela l’animo malvagio» dell’imputato. «Le sevizie in termini oggettivi e prevalentemente fisici – scrivono – la crudeltà in termini soggettivi e morali di appagamento dell’istinto di arrecare dolore e di assenza di sentimenti di compassione e pietà». Il pilastro dell’accusa, il Dna, è «assolutamente affidabile» perché il profilo genetico nucleare di Ignoto 1, che le indagini hanno stabilito essere Massimo Bossetti, è «caratterizzato per un elevato numero di marcatori Str e verificato mediante una pluralità di analisi eseguite nel rispetto dei parametri elaborati dalla comunità scientifica internazionale». Così i giudici della Corte d’Assise di Bergamo, chiariscono uno dei punti contestati dalla difesa ovvero la procedura adottata per identificare il Dna di Ignoto 1, nelle motivazioni della sentenza con cui hanno condannato il muratore bergamasco all’ergastolo.

Yara, la richiesta del pm: ergastolo con isolamento per Bossetti incapace di resistere ai propri impulsi verso le donne

“Ergastolo”. Nessuna sorpresa, al momento della richiesta di pena che il pm Letizia Ruggeri ha pronunciato nell’aula del tribunale di Bergamo per Massimo Bossetti, unico imputato nel processo per l’omicidio della tredicenne Yara Gambirasio. Dopo la prima parte di requisitoria – iniziata venerdì 13 maggio e interrotta dopo sette ore dalla presidente della Corte d’Assise Antonella Bertoja – oggi il pubblico ministero che ha condotto le indagini per la Procura ha concluso la sua lunghissima ricostruzione della vicenda chiedendo il massimo della pena per l’imputato con sei mesi di isolamento diurno. E’ stato Bossetti – ritiene l’accusa – a uccidere e abbandonare in un campo, ancora agonizzante, Yara, la ginnasta 13enne scomparsa da Brembate il 26 novembre 2010 e trovata cadavere tre mesi dopo a Chignolo d’Isola. Dopo averla incontrata, non vicino alla palestra, ma in una delle strade che la ragazza percorreva per tornare a casa, a pochi passi dall’abitazione di famiglia. La pubblica accusa ha spiegato i motivi che a suo dire hanno portato il muratore, incensurato e padre di tre figli, a uccidere la ragazzina. Un omicidio commesso da un uomo che “non è in grado di reprimere i suoi istinti nei confronti delle donne, di ogni età”. Un reato che il presunto colpevole ha commesso – secondo il pm Ruggeri – con l’aggravante di aver adoperato sevizie e di avere agito con crudeltà, colpendo Yara più volte con un’arma da taglio e un corpo contundente. Un omicidio aggravato anche dalla minorata difesa – un uomo contro un’adolescente – a cui si aggiunge l’accusa di calunnia (l’altro reato di cui deve rispondere Bossetti) ai danni di un ex collega sul quale il carpentiere di Mapello avrebbe cercato di indirizzare i sospetti. L’imputato “ha voluto arrecare particolare dolore e ci è riuscito con un’agonia particolarmente lunga, ha ecceduto – ha sottolineato il pm – contro la vittima cagionandole “sofferenze eccessive” fino ad arrivare “all’efferatezza”.  Un uomo, Bossetti, con “una tendenza sfrenata a dire bugie”, e un delitto per cui “non c’è stato modo di poter individuare nessun tipo di movente”. Per l’accusa “non si cono elementi per dire che si conoscessero, è più plausibile che l’abbia incontrata per caso, che l’abbia in qualche modo convinta a salire sul suo mezzo” e quel che è successo dopo “è solo immaginazione”. Un’assenza di movente che per il pubblico ministero “non è un elemento di deficit per le indagini”: ha citato come esempio il delitto che vide coinvolto, nel 2002, Roberto Paribello per l’omicidio di una sconosciuta, “non mi meraviglia che non si riesca a capire cosa gli è saltato in mente quando l’ha colpita con un corpo contundente”. Due le ipotesi possibili: “o Yara è salita volontariamente” sul suo furgone “o l’ha tramortita” magari in via Morlotti senza che nessuno se ne accorgesse “e anche questo non deve sorprenderci”.  A inchiodare Bossetti per il pm è la traccia mista di Dna – di Yara e dell’imputato – trovata sugli slip e i leggings della vittima. Senza quella traccia biologica, Bossetti “non lo avremmo mai trovato”, ha spiegato Ruggeri nella scorsa udienza. Dubbi sul risultato genetico? Controversie nel merito? Secondo il pubblico ministero “non è vi è modo di mettere in crisi il risultato”: Ignoto 1 è Bossetti e quelle presunte “anomalie” sul Dna mitocondriale restano sullo sfondo e “non inficiano” quella traccia principale (catalogata come 31G20, ndr) “positiva al sangue”. E ancora: Bossetti – ha sottolineato Ruggeri nella requisitoria – non ha un alibi e non ricorda cosa ha fatto quel 26 novembre 2010, “non sa spiegare perché il suo Dna si trova sugli indumenti della vittima”. Il punto focale, questo, di tutta l’indagine. Indizi emergono anche dall’analisi del cellulare di Bossetti: quel pomeriggio – il pomeriggio nel quale Yara scompare – il muratore non era al lavoro. Infine il tentativo di fuga il giorno dell’arresto: il 16 giugno 2014, secondo la pubblica accusa, Bossetti avrebbe tentato la fuga, “consapevole delle sue responsabilità”. La sentenza è attesa per metà giugno: le due prossime udienze saranno dedicate ai legali di parte civile e a quelli della difesa. Dal carcere di Bergamo, Massimo Bossetti aveva scritto una lettera – indirizzata alla madre e alla sorella e pubblicata dal settimanale “Oggi” – nella quale annunciava l’intenzione di volersi suicidare. “Mamma e Laura io so che la farò finita qui dentro, perché non posso accettare tutto quello che ho combinato a Marita (la moglie, ndr) e me lo merito davvero per quello che ho fatto”. Il riferimento è alle missive hard scritte a una detenuta e accluse agli atti del processo dal pubblico ministero. Continua Bossetti nella sua lettera: “Mi auguro solo che un giorno mi possa svegliare accanto a papà (il defunto Giovanni Bossetti, ndr) e non dover più soffrire per niente e lui mai mi abbandonerà in preda allo sconforto e disperazione”.